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De te fabula narratur: cioè di come tocchi anche alla politica, se vuol esser tale e non farsi imprigionare nella medesima alternativa fra predominio incontrastato dei mercati e brusco ritorno all’ordine, inventarsi uno spazio nuovo, una piazza libera e aperta piuttosto che un luogo chiuso ed esclusivo. Per non essere relegati in uno stato di minorità, senza per questo finire diritti tra le grigie e inumane mura di un forziere.


--Il forziere dei valori, Massimo Adinolfi 

A.A.A. Cercasi governatore

La prima cosa che occorre, per fare il governatore della Banca d’Inghilterra, è mandare il curriculum. La conoscenza della lingua inglese è obbligatoria, altrimenti non riuscirete neppure a leggere l’annuncio, ma per il resto non scoraggiatevi: non crediate che, per essere all’altezza del ruolo, occorra almeno sapere cosa fa il governatore di una banca centrale. Non occorre: sul sito del governo inglese, dove è apparso l’annuncio, viene spiegata ogni cosa. Il governatore gioca un ruolo importante nel regolare le politiche monetarie del paese, presiede comitati, partecipa a un certo numero di riunioni di organismi come il G8 o il G20, e lavora a stretto contatto con il governo di Sua Maestà, ma son cose che, se avete esperienza in altre banche centrali o in altre istituzioni finanziarie, sarete in grado di fare anche voi. A condizione, prosegue l’annuncio, che ne capiate un po’ di mercati finanziari e rischi connessi. Certo, ci vuole anche un bel po’ di esperienza in materia economica, ma al giorno d’oggi chi non. Per il resto, dovrete possedere capacità di leadership, e saper fare squadra. Vi occorre poi essere comunicatori efficaci, altrimenti potreste avere rogne con Parlamento e governo, che non scegliete voi e con cui dovrete tuttavia relazionarvi. Potrebbe infine essere cruciale un’acuta sensibilità politica, ma soprattutto è essenziale una «indisputed integrity». E questo è tutto. Se quindi siete brave persone, e possedete le necessarie competenze, pensateci: avete tempo fino all’8 ottobre per fare domanda. E a proposito: se per caso volete fare i governatori ma non siete in grado di mandare un’email, potete spedire il tutto all’indirizzo indicato sul sito: state sicuri che la domanda verrà valutata con scrupolo. E no, non è uno scherzo: l’indirizzo c’è davvero, l’annuncio è reale, manca solo il calendario dei colloqui psico-attitudinali.

Mentre scegliete il formato del curriculum più indicato (non vi dicono sempre che la prima cosa per trovare il lavoro e redigere bene il curriculum?), pensate pure se non sia il paradiso della democrazia un paese in cui la massima autorità monetaria viene scelta in maniera così trasparente, professionale, oggettiva. Se lo pensate, e siete già pronti a complimentarvi con i sudditi della Regina Elisabetta, pensate anche se allora non sia un inferno, non l’Italia, ma la Germania federale, dove alla guida della Bundesbank siede uno dei principali consiglieri economici della Merkel. Che è lì senza esser passato per un’agenzia per il pubblico impiego.

Viene facile fare dell’ironia, e invece la faccenda è seria. Ma non per la ragione che oggi siamo spinti a pensare, da qualunque parte si prenda la discussione su nomine, incarichi e quant’altro, bensì per quella indicata da Axel Leijonhufvud. Si pensa in genere che la cosa sia ben fatta, perché così si premia finalmente il merito. Io penso invece che così si fa, se si vuole azzerare il senso della storia e nascondere le responsabilità della politica. Al posto di governatore non deve infatti andare quello che ha maturato le migliori esperienze professionali (ma migliore in base a cosa, e per chi?), bensì quello che può interpretare meglio, a giudizio di chi lo nomina, l’interesse nazionale. E come la si infila, questa caratteristica, nel curriculum?

Ma c’è poi la ragione di Leijonhufvud, il grande economista svedese che allo scoppio della crisi, ai primi interventi sui mercati della Federal Reserve americana (robusti, massicci, anzi di più) si chiese che ne fosse della tanto celebrata dottrina dell’indipendenza della banca centrale. Se lo chiese non perché volesse a tutti i costi preservarla, ma perché dubitava che, quando la politica monetaria favorisce direttamente debitori o creditori, oppure decide quanta inflazione o quanta disoccupazione deve esserci, determina cioè obiettivi politicamente qualificati, “un paese democratico potesse lasciare queste decisioni a tecnici non eletti”.

Ora noi non ci spingeremo fino a tanto, fino cioè a insinuare il dubbio che l’autonomia della banca centrale riduca troppo l’esercizio democratico della sovranità: questo no. Ma che la presentazione del curriculum per il posto di governatore lo ridicolizzi parecchio: questo, sia consentito, invece sì.

Massimo Adinolfi su l’Unità 


Come stanno le cose con la condizione operaia? Settant’anni fa Simone Weil la vedeva così: “Molto male è venuto dalle fabbriche, e nelle fabbriche bisogna correggerlo. È difficile, forse non è impossibile. Bisognerebbe anzitutto che gli specialisti, gli ingegneri e gli altri fossero sufficientemente preoccupati non solo di costruire oggetti, ma di non distruggere uomini. Non di renderli docili, e neppure felici, ma solo di non costringere nessuno di loro ad avvilirsi”.


Di tante maniere per amare la democrazia ce n’è una che è la migliore di tutte, ed è quella di considerare pregi i suoi presunti difetti. Perché la democrazia di difetti ne ha: uno vorrebbe che venissero eletti ogni volta i migliori, i più preparati, i più incorruttibili, ma nella conta dei voti queste qualità non sempre spiccano e alla fine le cose non vanno proprio così. Uno si augurerebbe sempre il trionfo della verità, e invece la democrazia fa dell’opinione la regina del mondo. Uno vorrebbe infine un po’ di stabilità, di sicurezza, di lunga durata, e invece la democrazia costringe periodicamente i cittadini al rito elettorale, affida la vittoria ora agli uni ora agli altri, rovescia i governi, e cambia volentieri i rappresentanti del popolo.


Ora, è curioso che nessuno dei più sinceri ammiratori del genio di Steve Jobs si accontenti di celebrarne le doti imprenditoriali, come se il campionato dell’imprenditoria non fosse il più bello del mondo e fosse necessario far scendere Steve Jobs in pista in altri tornei, fra icone pop e scienziati moderni, guru semi-religiosi e altre figure carismatiche: lo si potrebbe persino considerare un caso particolare del fenomeno più generale, valido in vita non meno che in morte, per cui gli imprenditori non se ne stanno più al loro posto, a ridosso della produzione su cui devono riversare la loro capacità di innovare, ma smaniano dalla voglia di riversarla altrove, vuoi nella politica vuoi nell’arte.