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Per quanto riguarda l’età dei partiti, ora che da provinciale spaesato gironzola in Europa a caccia di qualche voto, lo spieghi pure alla Merkel che il suo partito non va, è ottocentesco. Dinanzi a Cameron ricordi quanto siano vetusti, e quindi detestabili, i conservatori britannici. Provi anche, al cospetto di Hollande, a esternare il disprezzo assoluto che avverte verso la forma partito e a rivendicare la superiorità del ricco uomo della società civile contro il professionismo politico. Machiavelli diceva che oltre alla «lunga esperienza delle cose moderne», il principe deve saper «leggere le istorie». Segua il consiglio Monti, e legga anche lei qualcosa sulla storia dei partiti europei e americani, così da evitare imbarazzanti metafore.
Monti non ha gli arnesi concettuali e la cultura politica necessaria per affrontare una competizione elevata sul piano dell’innovazione. E si propone perciò come riferimento di una Italietta molto periferica. Il suo ruolo in politica è quello di terminale di una élite del denaro, dei titoli e delle azioni che non pensa alla statualità come ad un affare generale. La scruta piuttosto come una postazione ghiotta da conquistare perché assai utile per accumulare lucrosi vantaggi competitivi. Già visto Monti, già visto.


--Il Professore ha perso la bussola, Michele Prospero 

La magia di una nuova semplificazione mitica viene esplicitamente evocata dagli editorialisti del Corriere della Sera che raccomandano la creazione di partiti personali a getto continuo e la imposizione di iniezioni a raffica per rigonfiare i muscoli di un novello capo carismatico da venerare per le sue sovrumane sembianze.
Le infinite vie della semplificazione (intraprese dal comico, dal manager, dall’ex magistrato) reclamano l’eterno incastro di populismo e leaderismo perché, in tempi di crisi, diventa assai più agevole cavalcare il negativo che incombe e coltivare sconce illusioni.


--Michele Prospero su L’Unità

Come vent’anni fa, i persuasori palesi cavalcano l’antipolitica per abbattere tutti i partiti. La videopolitica lancia i fantasmi del partito del comico, del professore, del sindaco, del magistrato o le liste civiche di protesta. Una sciagura. Il verbo antipolitico e le metafore ultrademocratiche diventano il veicolo di una rivoluzione passiva che nel deserto impone un nuovo capo a un pubblico disorientato, demotivato, scoraggiato dagli scandali. La ricetta è quella di sempre: scaldare il cuore dell’indignazione per sparigliare anche a sinistra il nesso tra capi e popolo, e poi incassare a destra il via libera per la prosecuzione del piccolo mondo antico abitato da governatori celesti, politicanti senza pathos politico, miliardari divorati dal conflitto di interessi. Con una crisi sociale drammatica, la destra e i media dell’antipolitica a reti unificate preparano il suicidio della democrazia.


--Michele Prospero,  L’antipolitica è già al potere


Come sempre, la giustizia penale interviene a ratificare un decesso che però, a ben guardare, era già avvenuto prima delle scorribande di un tesoriere dalla vita disordinata che girava con la Porsche. Nel suo crepuscolo la Lega ha assunto un tratto quasi sovietico. Era palese la decadenza fisica del corpo del capo, che sostituiva alla complessità della parola il sofferente gesto. E però proseguivano le stanche liturgie dell’obbedienza, comunque dovuta a un’icona che perdeva immagine ma assicurava il potere. Al cospetto di partiti di plastica, la Lega appariva in controtendenza, con militanza, disciplina, radicamento, identità, sia pure nelle forme triviali di idoli fasulli e miti pittoreschi.Il familismo amorale della Lega che, stando alle accuse, distrae cospicui fondi pubblici incassati come rimborsi elettorali per coprire delle molto private faccende del «cerchio magico» dominante, pare fatto a posta per ringalluzzire chi predica l’ebbrezza di una democrazia senza partiti.

(Fonte: unita.it)

L’accoppiata sventurata di un capo e un sondaggio ha prodotto tanti guai che la sua semplice rievocazione allarma fortemente. Non servono leader investiti in modo magico e contrapposti ai partiti e ai sindacati. Occorrono partiti rigenerati che sappiano riscrivere subito una legge elettorale che certifichi il tramonto delle sgangherate lotte tra coalizioni. La nostalgia per l’ammucchiata di forze diverse scalda le formazioni minuscole che con il maggioritario avevano in mano un potere coalizionale straripante. In Europa non esistono coalizioni che corrono al posto dei partiti per aggiudicarsi il premio di maggioranza. Ci sono ovunque partiti che con i loro simboli competono, misurano il consenso e stringono le alleanze con le forze più contigue lungo l’asse destra-sinistra.


--La finta equidistanza, Michele Prospero

Corriere terzista, cavaliere statista

Nell’editoriale di ieri sul Corriere della sera, accanto a una severa censura del comportamento del governo, Ferruccio de Bortoli trova il modo di imputare colpe altrettanto gravi alla condotta dell’opposizione. Fa così, distribuendo cioè parimenti le colpe, da quando la crisi economica sta mordendo l’Italia agitando lo spettro amaro del fallimento. A ogni giusto rilievo contro l’esecutivo, incapace di domare un incendio oramai vicino, e a qualsiasi larvata ironia sullo «statista di Gemonio» o sulle «analisi millenaristiche dell’immaginifico ministro dell’economia», De Bortoli trova sempre la maniera di aggiungere anche un affondo sulla opposizione che a lui pare agire sordamente e senza una evidente responsabilità nazionale. 
Questo equilibrismo pare del tutto infondato sul piano della valutazione accorta delle scelte reali compiute dai partiti. De Bortoli ribadisce ora (aveva in verità cominciato a farlo dal settembre scorso) che molti guai e anche tantissimi denari sarebbero stati risparmiati al paese se Silvio Berlusconi avesse già in agosto intrapreso una via d’uscita come quella tratteggiata da Zapatero. E cioè solo l’annuncio di una sua ritirata in vista di un voto anticipato avrebbe risparmiato all’economia i crampi dolorosi che rischiano di travolgerla. È impossibile non convenire su questa considerazione.
Ma quando Pier Luigi Bersani aveva accennato a una analoga mappa, in tanti lo rimbrottarono come un politico miope in preda a convulsioni incontrollate. Sotto l’incalzare micidiale della crisi, lo stesso de Bortoli ha concesso più di un attestato di credito al Cavaliere morente. Il 3 agosto attendeva da Berlusconi una «ultima drammatica prova da statista».
Statista?
Anche quando il nesso tra la crisi e la persona del cavaliere era così evidente da non poter essere più negato, il direttore del Corriere della sera calcava comunque la mano sull’opposizione rammentando a essa che «non c’è tempo nemmeno di vagheggiare governi tecnici e nuove maggioranze». Ma come?
Molto generoso il Corriere si mostrava invece nella concessione delle attenuanti a favore del Cavaliere il cui operato era stato miseramente bocciato anche dalle agenzie di rating. De Bortoli parlava di un «pregiudizio anti italiano» cui reagire sfidando la «morfina» della Bce e brandendo dinanzi al mondo un redivivo orgoglio nazionale in grado di urlare forte «ci salviamo anche da soli». 
Una componente dell’acuirsi della crisi era Berlusconi in quanto tale? De Bortoli non lo ignorava (come poteva?) ma per risolvere i guai si attendeva «uno scatto d’orgoglio» possibile anche da parte «dell’attuale maggioranza» (5 agosto). Subito dopo ogni accenno di critica a un cavaliere mosso solo da calcoli personali, il direttore del Corriere della sera si preoccupava di attestare che di sicuro «con Berlusconi la storia sarà meno ingenerosa della cronaca». 
Invece cronaca e storia, par di capire, saranno comunque implacabili verso una opposizione dipinta come una accozzaglia di inetti in cui prevalgono solo «populismo e opportunismo» (26 ottobre). Anche nell’editoriale di ieri questo accento torna con forza. La prova dell’inaffidabilità dell’opposizione per de Bortoli si rinviene nello spazio incredibile che trova nelle sue file il chiacchiericcio sulla rottamazione e sulle primarie. Qui però esagera. 
L’opposizione è semmai la prima vittima di quel chiacchiericcio sui dinosauri e sui bizantinismi delle primarie che proprio il Corriere, insieme a Repubblica, ha amplificato a piene colonne. Ancora ieri parlava di «fuoco amico» contro il povero sindaco rottamatore descritto da molti cronisti con la stessa ammirazione provata da Hegel dinanzi alla visione di Napoleone a cavallo. Un po’ di misura, per favore. 
Neanche l’ossessione provocata dalla foto di Vasto giustifica tutto questo accanimento. 

Michele Prospero su L’Unità 

O democrazia con partiti rinnovati o plebiscitarismo sfrenato attorno a leader appassiti. Tertium non datur.


--Dopo il Papa straniero ecco il martire interno - Italia - l’Unità 

Solo un analista grossolano può stupirsi dinanzi alla strana coppia Maroni-Di Pietro sorpresa a invocare leggi speciali per la difesa dell’ordine violato dagli infiltrati nei cortei. Avrebbe dovuto piuttosto destare meraviglia il tentativo inopinato, da tempo condotto dall’ex pm, di cavalcare la protesta e di agganciarsi alle parti più radicali del sindacato. Il fatto è che il populista non scarta nulla, assorbe gli echi lontani del tintinnio delle manette e i rumori vicini dei tamburi della lotta più dura.


--Tentazioni Autoritarie non solo a destra

Il gesto altamente simbolico dell’opposizione di abbandonare l’aula di Montecitorio durante l’intervento di Berlusconi dà la misura della gravità estrema della situazione.
Non è uno sterile Aventino quello che oggi viene evocato dalle forze di opposizione. Al contrario. La sofferta ma ponderata deliberazione dell’opposizione, unita nella scelta, intende contribuire, con un forte segnale lanciato anche al Paese, ad arrestare un degrado irreparabile della vita politica.


--Fermare il degrado, Michele Prospero 

Il degrado delle città infinite e le isole di opulenza delle micro città private convivono nello stesso spazio guardandosi in cagnesco. Le telecamere poste a presidio della sicurezza della privata isola del lusso sono minacciate da una città sempre più inospitale e aggressiva, con strade ridotte a pattumiera e con luoghi di ritrovo abbandonati allo scempio. Il populismo, demolendo le politiche pubbliche di inclusione sociale, costruisce un muro tra due società rese ostili. Occorre reagire a questa entropia del pubblico che azzera i fondi per la scuola, umilia la ricerca, sospende i servizi e getta l’Italia tra le retrovie dei paesi civili. Nel deserto del pubblico crescono solo gli indici di diseguaglianza.


--Come difendersi da populisti e liberisti, Michele Prospero