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L’idea di poter cambiare l’Italia a dispetto degli italiani, e persino mentre se ne lamentano i vizi congeniti, la presunta inferiorità culturale e addirittura antropologica rispetto alle nazioni civili, è sempre stata diffusa tra le nostre classi dirigenti e in questi vent’anni ha tentato anche la sinistra. Ma una simile idea non è solo politicamente suicida, è anche moralmente riprovevole, perché fondata sull’ipocrisia, su una pretesa aristocratica assurda e ingiustificata. Per convincere gli italiani a scommettere su un diverso modo di stare insieme, per cambiare davvero l’Italia, bisogna dimostrare prima di tutto di avere voglia di cambiare insieme a loro.


--Venditori di fumo nel paese dei furbi

Per quanto riguarda l’età dei partiti, ora che da provinciale spaesato gironzola in Europa a caccia di qualche voto, lo spieghi pure alla Merkel che il suo partito non va, è ottocentesco. Dinanzi a Cameron ricordi quanto siano vetusti, e quindi detestabili, i conservatori britannici. Provi anche, al cospetto di Hollande, a esternare il disprezzo assoluto che avverte verso la forma partito e a rivendicare la superiorità del ricco uomo della società civile contro il professionismo politico. Machiavelli diceva che oltre alla «lunga esperienza delle cose moderne», il principe deve saper «leggere le istorie». Segua il consiglio Monti, e legga anche lei qualcosa sulla storia dei partiti europei e americani, così da evitare imbarazzanti metafore.
Monti non ha gli arnesi concettuali e la cultura politica necessaria per affrontare una competizione elevata sul piano dell’innovazione. E si propone perciò come riferimento di una Italietta molto periferica. Il suo ruolo in politica è quello di terminale di una élite del denaro, dei titoli e delle azioni che non pensa alla statualità come ad un affare generale. La scruta piuttosto come una postazione ghiotta da conquistare perché assai utile per accumulare lucrosi vantaggi competitivi. Già visto Monti, già visto.


--Il Professore ha perso la bussola, Michele Prospero 

Ma per costruire un partito vero, capace cioè di rappresentare durevolmente una parte della società italiana, non servono tecnici del «web marketing» da oltreoceano. Serve almeno un po’ di quella passione politica che è sempre passione di parte, intesa come desiderio di prendere parte, ma anche di scegliere da che parte stare. Quella passione che il professor Monti ha sempre candidamente confessato di non avere avuto.


--Il partito del Tecnico

Riassumendo, a parte il Pd, degli altri tre poli principali uno ha un leader che non si candida ma si fa candidare (Monti), un altro ha un padrone che si candida ma non riesce più a farsi candidare (Berlusconi) e il terzo ha un guru che non si candida né può farsi candidare (Grillo), e che quasi quasi, a quanto risulta da un fuorionda da lui successivamente smentito, dopo le elezioni se ne torna a fare il comico. Se poi vogliamo aggiungere anche il quinto polo di Antonio Ingroia, che già dice che se va male saluta il quarto stato inserito nel simbolo e se ne torna in Guatemala, con buona pace dell’annunciata «rivoluzione civile», il quadro è completo.


--Francesco Cundari qui

A.A.A. Cercasi governatore

La prima cosa che occorre, per fare il governatore della Banca d’Inghilterra, è mandare il curriculum. La conoscenza della lingua inglese è obbligatoria, altrimenti non riuscirete neppure a leggere l’annuncio, ma per il resto non scoraggiatevi: non crediate che, per essere all’altezza del ruolo, occorra almeno sapere cosa fa il governatore di una banca centrale. Non occorre: sul sito del governo inglese, dove è apparso l’annuncio, viene spiegata ogni cosa. Il governatore gioca un ruolo importante nel regolare le politiche monetarie del paese, presiede comitati, partecipa a un certo numero di riunioni di organismi come il G8 o il G20, e lavora a stretto contatto con il governo di Sua Maestà, ma son cose che, se avete esperienza in altre banche centrali o in altre istituzioni finanziarie, sarete in grado di fare anche voi. A condizione, prosegue l’annuncio, che ne capiate un po’ di mercati finanziari e rischi connessi. Certo, ci vuole anche un bel po’ di esperienza in materia economica, ma al giorno d’oggi chi non. Per il resto, dovrete possedere capacità di leadership, e saper fare squadra. Vi occorre poi essere comunicatori efficaci, altrimenti potreste avere rogne con Parlamento e governo, che non scegliete voi e con cui dovrete tuttavia relazionarvi. Potrebbe infine essere cruciale un’acuta sensibilità politica, ma soprattutto è essenziale una «indisputed integrity». E questo è tutto. Se quindi siete brave persone, e possedete le necessarie competenze, pensateci: avete tempo fino all’8 ottobre per fare domanda. E a proposito: se per caso volete fare i governatori ma non siete in grado di mandare un’email, potete spedire il tutto all’indirizzo indicato sul sito: state sicuri che la domanda verrà valutata con scrupolo. E no, non è uno scherzo: l’indirizzo c’è davvero, l’annuncio è reale, manca solo il calendario dei colloqui psico-attitudinali.

Mentre scegliete il formato del curriculum più indicato (non vi dicono sempre che la prima cosa per trovare il lavoro e redigere bene il curriculum?), pensate pure se non sia il paradiso della democrazia un paese in cui la massima autorità monetaria viene scelta in maniera così trasparente, professionale, oggettiva. Se lo pensate, e siete già pronti a complimentarvi con i sudditi della Regina Elisabetta, pensate anche se allora non sia un inferno, non l’Italia, ma la Germania federale, dove alla guida della Bundesbank siede uno dei principali consiglieri economici della Merkel. Che è lì senza esser passato per un’agenzia per il pubblico impiego.

Viene facile fare dell’ironia, e invece la faccenda è seria. Ma non per la ragione che oggi siamo spinti a pensare, da qualunque parte si prenda la discussione su nomine, incarichi e quant’altro, bensì per quella indicata da Axel Leijonhufvud. Si pensa in genere che la cosa sia ben fatta, perché così si premia finalmente il merito. Io penso invece che così si fa, se si vuole azzerare il senso della storia e nascondere le responsabilità della politica. Al posto di governatore non deve infatti andare quello che ha maturato le migliori esperienze professionali (ma migliore in base a cosa, e per chi?), bensì quello che può interpretare meglio, a giudizio di chi lo nomina, l’interesse nazionale. E come la si infila, questa caratteristica, nel curriculum?

Ma c’è poi la ragione di Leijonhufvud, il grande economista svedese che allo scoppio della crisi, ai primi interventi sui mercati della Federal Reserve americana (robusti, massicci, anzi di più) si chiese che ne fosse della tanto celebrata dottrina dell’indipendenza della banca centrale. Se lo chiese non perché volesse a tutti i costi preservarla, ma perché dubitava che, quando la politica monetaria favorisce direttamente debitori o creditori, oppure decide quanta inflazione o quanta disoccupazione deve esserci, determina cioè obiettivi politicamente qualificati, “un paese democratico potesse lasciare queste decisioni a tecnici non eletti”.

Ora noi non ci spingeremo fino a tanto, fino cioè a insinuare il dubbio che l’autonomia della banca centrale riduca troppo l’esercizio democratico della sovranità: questo no. Ma che la presentazione del curriculum per il posto di governatore lo ridicolizzi parecchio: questo, sia consentito, invece sì.

Massimo Adinolfi su l’Unità 


Come stanno le cose con la condizione operaia? Settant’anni fa Simone Weil la vedeva così: “Molto male è venuto dalle fabbriche, e nelle fabbriche bisogna correggerlo. È difficile, forse non è impossibile. Bisognerebbe anzitutto che gli specialisti, gli ingegneri e gli altri fossero sufficientemente preoccupati non solo di costruire oggetti, ma di non distruggere uomini. Non di renderli docili, e neppure felici, ma solo di non costringere nessuno di loro ad avvilirsi”.

Chi oggi ha 35 anni, veniva allora da noi non da Berlusconi invitato a non preoccuparsi per il proprio futuro, confidando nel mercato e nelle magnifiche sorti che la globalizzazione avrebbe dischiuso per tutti e per ciascuno: «Studiate – si diceva – e sarete insider della globalizzazione. Grazie al vostro elevato capitale umano non avrete bisogno di sindacati, perché contratterete da soli i vostri diritti con le imprese, che faranno a gara per assumervi».
Una profezia negata dalla realtà di oggi, fatta di precarizzazione non solo della condizione lavorativa, ma del destino di milioni di persone. Flessibilizzare un mercato del lavoro troppo rigido era indispensabile, ma occorreva contestualmente adeguare il Welfare per consentire a quei lavoratori flessibili di avere un affitto che non assorbisse interamente il loro salario o di essere sostenuti nei periodi di non lavoro. E occorreva aiutare il sistema di piccole e medie imprese del nostro Paese ad avere bisogno di quei lavoratori flessibili, ma di qualità. Quindi politiche industriali, attivazione della domanda di innovazione, incentivi al superamento del nanismo industriale, alla internazionalizzazione.
Nulla di tutto ciò, o almeno troppo poco, è stato fatto e la ragione di questo ritardo sta in quella dannata convinzione che alla politica spettasse solo liberare le energie del mercato, il resto sarebbe venuto da sé. Se oggi vogliamo provare a riconquistare la fiducia di quella parte del Paese a cui – anche noi – abbiamo contribuito a rendere impossibile la vita, non possiamo non affrontare questa dolorosa discussione.


--Matteo Orfini


L’impressione è che le primarie abbiano occupato tutti gli spazi del dibattito interno, surrogandolo impropriamente. E producendo così una comunuità di persone che non ha altro modo di discutere e confrontarsi che non sia lo scontro frontale per la leadership. E questa è una responsabilità che non può essere attribuita né a Matteo Renzi né a nessun altro dei giovani e meno giovani protagonisti di questa fase convulsa e movimentata, ma a tutto intero quel gruppo dirigente che in questi anni ha voluto (o lasciato) che così si organizzasse la vita democratica interna al principale partito del centrosinistra. Un partito senza confini in cui tutti possono uscire sbattendo la porta e rientrare da candidati alla leadership, restare a inveire contro i vertici o candidarsi direttamente da un altro partito e persino da un’altra coalizione. Un partito senza confini, in cui di conseguenza, e necessariamente, sono tutti stranieri.

(Fonte: unita.it)