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La verità è che il Partito democratico di Bersani, più che all’Unione monetaria europea, rischia di assomigliare sempre di più alla trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano: una lunga serie di elenchi disparati di buoni principi e anche migliori intenzioni, quasi sempre universalmente condivisibili. Ma non è questo che conta. Quello che conta è l’assenza di un discorso che tutte queste cose le tenga insieme, che dia loro un ordine, e a tutti quanti il senso di una direzione di marcia. L’impressione, almeno l’impressione, di qualcosa che ha un senso, un punto di partenza e un obiettivo da raggiungere. Qualcosa che si muove, insomma. E invece, a pensarci bene, il problema fondamentale del Pd sembra essere proprio questo: che non si muove. Ogni tanto, come per smentire quest’impressione, si dimena, si dibatte, si agita. Ma non si muove.


--Cosa manca al Pd | Quadernino

Se il secondo partito del paese, il Movimento 5 stelle, non vuole appoggiare nessun governo, è giusto che siano gli italiani ad avere l’ultima parola. E a dire se per questo il non-partito di Beppe Grillo merita la maggioranza assoluta cui dice di aspirare o se deve piuttosto essere rapidamente allontanato dalla stanza dei bottoni e delle responsabilità, per manifesta incapacità di esercitarle.


--Abbiamo già dato, Left Wing 

Esco da una storia di dieci anni e non ho voglia di impegnarmi”. Quasi tutte le relazioni iniziano così. Ogni donna sopra i trenta sa riconoscere la dinamica. E la dinamica è che quest’uomo sta mentendo spudoratamente.


--La costruzione di un amore (via tumblerwing)

Renzi a Veltroni: “volevo il Pd del Lingotto”.
Ecco perché mi sembra tutto quanto un film già visto.


--Gabriele Bosi, Primavere e Autunni 

Chi oggi ha 35 anni, veniva allora da noi non da Berlusconi invitato a non preoccuparsi per il proprio futuro, confidando nel mercato e nelle magnifiche sorti che la globalizzazione avrebbe dischiuso per tutti e per ciascuno: «Studiate – si diceva – e sarete insider della globalizzazione. Grazie al vostro elevato capitale umano non avrete bisogno di sindacati, perché contratterete da soli i vostri diritti con le imprese, che faranno a gara per assumervi».
Una profezia negata dalla realtà di oggi, fatta di precarizzazione non solo della condizione lavorativa, ma del destino di milioni di persone. Flessibilizzare un mercato del lavoro troppo rigido era indispensabile, ma occorreva contestualmente adeguare il Welfare per consentire a quei lavoratori flessibili di avere un affitto che non assorbisse interamente il loro salario o di essere sostenuti nei periodi di non lavoro. E occorreva aiutare il sistema di piccole e medie imprese del nostro Paese ad avere bisogno di quei lavoratori flessibili, ma di qualità. Quindi politiche industriali, attivazione della domanda di innovazione, incentivi al superamento del nanismo industriale, alla internazionalizzazione.
Nulla di tutto ciò, o almeno troppo poco, è stato fatto e la ragione di questo ritardo sta in quella dannata convinzione che alla politica spettasse solo liberare le energie del mercato, il resto sarebbe venuto da sé. Se oggi vogliamo provare a riconquistare la fiducia di quella parte del Paese a cui – anche noi – abbiamo contribuito a rendere impossibile la vita, non possiamo non affrontare questa dolorosa discussione.


--Matteo Orfini


L’impressione è che le primarie abbiano occupato tutti gli spazi del dibattito interno, surrogandolo impropriamente. E producendo così una comunuità di persone che non ha altro modo di discutere e confrontarsi che non sia lo scontro frontale per la leadership. E questa è una responsabilità che non può essere attribuita né a Matteo Renzi né a nessun altro dei giovani e meno giovani protagonisti di questa fase convulsa e movimentata, ma a tutto intero quel gruppo dirigente che in questi anni ha voluto (o lasciato) che così si organizzasse la vita democratica interna al principale partito del centrosinistra. Un partito senza confini in cui tutti possono uscire sbattendo la porta e rientrare da candidati alla leadership, restare a inveire contro i vertici o candidarsi direttamente da un altro partito e persino da un’altra coalizione. Un partito senza confini, in cui di conseguenza, e necessariamente, sono tutti stranieri.

(Fonte: unita.it)